giovedì, marzo 24, 2016

Toglietemi il microfono

Pare che, forse, non muoio piu'. Non ora almeno. Ma i dottori stanno mettendocela tutta per provare che avevano ragione, non si danno pace che io sto tumore, forse, non ce l'ho. Comunque, il Sospetto Tumore reca strascichi di emotivita' non rimarginata. Ad esempio oggi la mia bambina, sul finale di una stagione sciistica non proprio brillante, ha avuto l'ultima gara importante, che avrebbe dovuto qualificarla per un torneo nazionale. La sua mamma, io, donna di spettacolo ormai consumata, faceva la speaker, e riverberava palate di energia positiva per coadiuvare la rivalsa della piccola sciatrice.
Perche' Margherita ha uno stile sciistico spettacolare, e una tempra super sviluppata nel corpicino di un topolino. Non si spiega allora come mai non arrivi prima, e neanche come mai le sue due amiche arrivino quasi sempre prima di lei. 
Il trio delle adorabili ladies infatti se la gioca in allenamento sui decimi di secondo, ma in gara Margherita arriva dietro. E anche stavolta, a dispetto del mio impegno mentale e verbale, nonche' del mazzo che lei si e' fatta in allenamento, la mia bambina e' stata l'unica delle tre ragazze in squadra a non qualificarsi.

Prima del Sospetto Tumore l'avrei presa male, perche' ogni evento negativo che accade alla mia bambina io lo vivo amplificato mille volte. Ora, forte del mio impegno a diventare una persona migliore, ho reagito con tutt'altra tempra, perche' e' solo una gara, e perche' confido nella resilienza di Margherita, che ne uscira' ancora una volta forte e solare. E infatti. Non male. Malissimo. Poi, dopo il down, ribaltamento emotivo e divento un pupazzo ubriaco e logorroico. Pessimo modo di essere migliore. Ma. A mia discolpa. Parte del miglioramento sta nell'essere tollerante con le mie debolezze. 
Esiste poi una soluzione. Abbracciare la mia topolina, annusare il suo odore muschioso del dopo gara, baciarla sulle guancette biciok per la maschera, e sperare che questo serva non solo a me, ma un po' anche a lei. 

martedì, marzo 22, 2016

Il giorno in cui la mia vita cambio' per sempre.

Il 14 marzo 2016 la mia vita è cambiata, per sempre. Non ero abituata a pensare a cose serie, serie sul serio, come la vita e la morte, e quindi impegnavo le mie preziose energie emotive stressandomi su questioni vitali quali l’oscillare continuo del mio peso, l’incapacità di trarre godimento dal mio lavoro, la frustrazione nel vedere la mia bambina lottare sugli sci e non arrivare tra i primi 5 in una gara, il tempo che implacabile scolpisce rughe antiestetiche sulla mia fronte, cose così insomma.

Poi finalmente una mattina vado a fare un check-up medico. Mentre, come spesso accade, la mia attenzione si concentra sul problema sbagliato: superare il prelievo del sangue senza far la figura di merda di quella che sviene, ecco che il destino mischia le carte e tira fuori dal cilindro una bella diagnosi di sospetto tumore al seno. E improvvisa affiora l’eventualità di perdere tutto quello che fino ad ora era scontato. Non la vita, quella è tanta roba, no, parlo di cose anche piccole, come la possibilità riuscire a gustare una brioche calda da Marchesi, guardare in alto mentre cammini per Milano e accorgerti di un giardino su un terrazzo, la temperatura che cambia quando passi dall'ombra al sole, perché arriva la primavera e il sole inizia a non essere più solo una questione di luce, le facce che fa tua figlia alla mattina quando la svegli, e lei con una manina ti fa segno di smammare, e lasciarla in pace.

Questi attimi di meravigliosa banalità che ti erano sfuggiti, quando eri sano.

Strano come la malattia ti assegni uno status diverso, che sovrascrive qualsiasi altro ruolo e caratteristica sociale. E’ un gene dominante, che cancella gli altri. Io non sono più tanto una mamma, la compagna rompipalle di Carlo, una donna che lavora, un’esperta di marketing, una milanese imbruttita, sono una malata, con sospetto tumore. Ma diciamocela tutta, sospetta malata di cancro. Di tumore forse si può guarire, di cancro in genere si muore.
Questo stigma, il sospetto tumore, te lo porti addosso come una stella di Davide cucita sul cappotto, ti sembra che la vedano tutti e che, anche se uno non lo sa, lo vede che sei malato, e quindi ti tratta diversamente, con un misto di pietà, finta preoccupazione e un pelo di paura, come se il cancro fosse contagioso. Non è vero , a loro di base non frega,  né se lo sanno né se non lo sanno, ma tu invece, tu sai e ti sembra proprio che tutti ti discriminino per via di questa nocciolina di materiale avariato nel tuo seno destro.

Sono giorni difficili, questi dell’attesa della diagnosi. Certo sono sempre stata piuttosto volubile nell'umore, ma qui si tratta di passare dal baratro della disperazione a una placida calma zen, più volte al giorno. L’oscillazione ha un’ampiezza temporale di circa un’ora, il che mi permette di godere appieno di nove cicli di disperazione e altrettanti di filosofico distacco, se togliamo le sei ore di incubi notturni.

Durante la disperazione la mente velocissima elabora complesse trame che ineluttabilmente culminano con la mia dipartita passando per letti d’ospedale, perdite di capelli a ciocche, occhi lucidi di Carlo, tentativi di non rovinare per sempre la personalità di mia figlia con un trauma come la perdita di sua madre, ultime parole, frasi sagge, il nulla eterno. C’è anche il senso di colpa, ma quello è un po’ come il prezzemolo, si infila ovunque.

Per contrasto, e penso sia semplicemente una reazione chimica di autoconservazione, il mio lato buddista mi ricorda che la vita è una fase temporanea nell'ordine cosmico, questo vale per tutti, e ognuno affronta un destino proprio, per cui la data della propria morte non è un enorme evento, tutto sommato, rispetto all'eternità. La vita ci scorre attraverso, e sta a noi goderne il più possibile mentre ancora abbiamo qualche gettone per la giostra. Allora provo a non cambiare nulla, nella mia vita, ma a godermela un po’ più di prima, notando particolari che, appunto ignoravo finora. E ci riesco, per poco, ma è difficile, e sono piuttosto instabile, come sappiamo, quindi il baratro è sempre lì dietro l’angolo. Allora provo a fare un passo alla volta, affrontare un minuto dietro l ‘altro, senza correre avanti. E gli attimi si allungano all'infinito in un’attesa che hai il sospetto non finirà presto.

Sono passati 8 giorni dalla mia biopsia, e ancora non mi dicono nulla. Credo sia un enorme segno di maleducazione lasciare un essere umano appeso tra la vita e la morte. Ma è ovvio che per gli impiegati dell’universo ospedaliero io rappresento un’attività come tante, un po’ come quando io devo mandare il calendario di marketing ai brand manager e mi rompo di aggiornarlo, allora lo mando il giorno dopo.
Mi fa strano pensare che esiste qualcuno col calendario della mia vita li nella lista delle cose da fare, e me lo immagino mentre pensa: “o che palle, adesso mi faccio un caffè, poi libero la vescica, e poi vedo un po’ se chiamare questa e dirle che sta per morire. Magari prima mi mangio una sfogliatella”.

Ho solo una certezza, in questo momento di destini incerti e fluidità umorale. Se riesco a sopravvivere, almeno per il momento, diventerò una persona migliore. Già ho iniziato, in effetti. Non mi sono mai piaciuta tanto come in questi giorni, sono gentile con mia figlia, consolo Carlo per la mia probabile prematura dipartita, rincuoro i miei genitori, mangio sano, fumo un po’ di più ma butto sempre i mozziconi nel cestino, quasi più nessuno mi irrita, trovo ogni cosa degna di essere compiuta, con amore ed attenzione ma senza dramma. Vedo e accetto i problemi degli altri, ma con lo snobismo tipico di chi pensa che siano tutte cazzate, concedendo tuttavia benevolenza per i piccoli drammi quotidiani a chi non gode dell’illuminazione di una (sospetta) malattia mortale .


Chissà come andrà a finire, magari tra qualche centinaio di migliaio di attimi lo saprò.